Stop a carne e latticini sulle nostre tavole: che cosa accadrebbe alla Terra?


Se da domani smettessimo di nutrirci di carne e latticini e iniziassimo a sgranocchiare insetti e gustare alghe e carne coltivata, il Pianeta ci ringrazierebbe: secondo uno studio condotto dall'Università di Helsinki (Finlandia), pubblicato su Nature Food, se l'intera popolazione europea si convertisse a una dieta basata sui cosiddetti novel food, ovvero cibi (per noi) non tradizionali come insetti, alghe o carne non d'allevamento, le emissioni di gas serra e l'uso di acqua e terreno globali si ridurrebbero di oltre l'80%.

Secondo uno studio della FAO la produzione di cibo è responsabile del 31% delle emissioni inquinanti globali: per questo è importante cercare nuove fonti di cibo che non abbiano un così forte impatto climatico. Secondo i risultati raccolti dal team di ricercatori finlandese, i benefici di un passaggio a una dieta basata sui novel food sarebbero notevoli: eliminare carne e latticini solo nel Vecchio Continente farebbe diminuire dell'83% le emissioni di gas serra globali, dell'84% l'uso di acqua e dell'87% quello del suolo.

Guardando ai risultati della ricerca, è importante tener conto di alcuni aspetti. Innanzi tutto, come sottolinea Tim Lang (University of London), bisogna ricordare che tutti questi benefici saranno effettivamente tali solo se quasi 750 milioni di europei decideranno di rinunciare ad hamburger e formaggi a favore di alghe, insetti e carni coltivate in laboratorio - e questo difficilmente avverrà, a meno che non vengano obbligati dalle scelte dei governi e delle aziende produttrici.

Erik Millstone (Sussex University) sottolinea inoltre come diverse previsioni degli studiosi siano decisamente ottimistiche ed evidenzia che, se anche i benefici fossero reali per produzioni di cibo su scala ridotta, potrebbero non esserlo considerando produzioni su larga scala.

Secondo John Lynch (Oxford University) non bisogna infine scordarsi del gusto: «Nessuno mangerà del cibo ottimizzato unicamente per massimizzarne la produzione e l'apporto nutritivo», sottolinea: «bisogna considerare anche il sapore, la cultura culinaria di ogni Paese e la connessione con i paesaggi agricoli».

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